venerdì 5 febbraio 2010

Homunculus




Esiste una scena fumettistica finlandese.
Che linguaggio e specificità ha?
Io non te lo so dire.
Alcune coordinate ci arrivano dalla rivista Glomp, di cui ci è stato presentato qualche lavoro grazie alla curiosità di Gianluca Costantini. Altre ce le offre Amanda Vähämäki, presente spesso sulla rivista Canicola. E poi Marko Turunen, con il suo alienante La morte alle calcagna ancora del gruppo Canicola. Di Matti Hagelberg non credo sia apparso nulla in Italia, mentre è stato pubblicato a più riprese in Francia.
Difficile per me immaginare il ponte che unisce la cultura italiana a quella finlandese. Difficile creare associazioni.
Più semplice riflettere sul fatto che il panorama editoriale italiano si è fatto talmente ampio (o profondo) da permettere anche ad autori finlandesi di trovare spazi espositivi (BilBOlbul) e pubblicazioni. Meritoriamente.

Ieri ho terminato la lettura di Homunculus, un piccolo libro di Pentti Otsamo pubblicato dalla Black Velvet, che nello stile e nell’impostazione della tavola sembra rifarsi agli autori di certo minimalismo statunitense, quali Gabrielle Bell, John Porcellino, Jeffrey Brown e compagnia.
Il suo è un racconto semplice, intuitivo, luminoso, che affronta l’argomento della perdita in modo asciutto ed evocativo.
Il suo tratto spoglio ma non povero, attento agli oggetti e ai gesti del quotidiano, ha il sapore diaristico della crescita, e della scoperta di trovarsi impreparati alla vita.
Una coppia, protagonista della storia, si ritrova improvvisamente in attesa di un bimbo, un homunculus che si sviluppa (indesiderato?) all’interno di un mondo dimenticato, misterioso e fortemente simbolico. Per Otsamo, padre di tre figli, è la possibilità di raccontare i timori (fondati, come si scoprirà) di fronte a una gravidanza e alle sue molteplici conseguenze, fino a un epilogo amaro e anch’esso inatteso.
Il tema della perdita si sviluppa a partire da visioni speculari: nell’attesa di un bimbo vi è la perdita del controllo personale; la conclusione dell’età innocente per incontrare le responsabilità adulte; la separazione dei desideri dell’uomo da quelli della donna, uniti a una incomunicabilità di fondo che Otsamo rappresenta con il silenzio.
L’autore lavora per sottrazione, suggerendo queste riflessioni attraverso l’assenza di drammaticità, di conseguenze, di conclusioni e di contrasti. Al contempo, è lo spazio dell’immaginario onirico ad aprirsi al lettore, dove il mutamento in atto assume forme intuitive annodate a fili di ricordi e paure inespresse.
Colpisce il senso di isolamento dei protagonisti, che sembrano appartenersi per caso e non per reali attrazioni. Polarità meccaniche e casuali.
Quel che manca, nel racconto di Otsamo, è senza dubbio frutto di una sua scelta stilistica e poetica. Ma si avverte anche l’incapacità di mettere in scena una vera costruzione drammatica. Eppure, il rischio della superficialità è superato tramite la lucidità delle scelte narrative e della sincerità dell’occhio che osserva.
Vita in tempo di guerra è un altro breve racconto di Otsamo pubblicato da Black Velvet. Lo lessi tempo addietro, ma ammetto di non ricordarlo. Dovrò recuperarlo.

Harry

1 commento:

  1. Devo dire onestamente che avrei saltato a pie' pari il libro, se me lo fossi trovato davanti in fumetteria, ma ora sono molto incuriosito... credo che sarà una delle prossime letture, anche perché la tua "spiegazione" credo che mi darà una chiave di lettura diversa dalla mia solita, e magari potrò provare a riproporla su altri titoli che non ho gradito e che invece possono meritare una seconda rilettura, se visti con occhi diversi. Grazie, per la segnalazione e per uno strumento in più :)

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